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Le Cronache di Due Dimensioni

Libro Primo - "La Prima Guerra"
Di: J.J. (jjblue10@hotmail.com)


Uno

Al principio...

La lunga tregua, in cui era stata gettata dall'assenza di territori conquistabili la Zona Vaporosa rendeva Nemesi d'umore particolarmente cattivo. Cresciuto fra costanti battaglie, credendo che la guerra fosse il solo stile di vita anche in una famiglia (suo padre, un importante generale aveva ucciso sua madre in uno dei loro costanti litigi sotto i suoi occhi e lui aveva dimostrato al padre di aver appreso bene la lezione eliminandolo per prendere il suo posto) non riusciva a convivere con quell'apparente pace e tranquillità. Il suo animo ribolliva nell'inattività e tendeva a sfogarsi con violenza sui suoi subordinati. Era un combattente. Non sapeva che altro fare di se stesso se non combatteva, se non aspirava a raggiungere una nuova conquista. Come un drogato in cerca di una nuova dose che può dargli momentaneo sollievo Nemesi cercava una nuova battaglia. Aspirava ad essa con tutto se stesso ma il territorio attorno a lui oramai era troppo deserto. Fu così che salutò con gioia il giorno in cui uno dei suoi soldati gli riportò l'avvistamento di una nuova galassia conquistabile. Battaglia. Durante i preparativi per la nuova battaglia l'umore del leader dei Dimensionali migliorò notevolmente e il suo comportamento poté quasi definirsi piacevole. Nemesi, che all'epoca mostrava più interessi verso la battaglia che verso l'altrui sesso ed i rapporti con esso prese persino in considerazione l'ipotesi di trovarsi una compagna per gustare con lei il piacere di questa nuova vittoria. La solitudine, a cui era avvezzo da lungo, forse troppo tempo, iniziava a farsi pesante, così come l'invidia per chi riusciva ad avere con gli altri rapporti non solo "formali". Un suo comandante, uno fra i migliori, sarebbe stato sacrificato, sarebbe morto coraggiosamente in battaglia, per lasciare a lui il compito di occuparsi della sfortunata, giovane, bellissima fidanzata. Per quanto infastidito dall'idea che la ragazza potesse essere appartenuta prima ad un altro Nemesi era troppo avvezzo a sottrarre agli altri ciò che voleva per considerare tutto questo un effettivo problema. Ed era anche avvezzo a liberarsi di ciò che non lo soddisfaceva con estrema facilità, cosa che spiegava la sua assenza di preoccupazioni nel caso la sua futura sposa (o amante non aveva ancora deciso) non fosse stata all'altezza delle sue aspettative.
Intanto affannava il suo popolo nella preparazione di un nuovo attacco che avrebbe spazzato via un'altra razza inferiore e ribadito nuovamente la superiorità del popolo Dimensionale e la sua ovviamente. Dopo tutto, i suoi eserciti, superiori tecnicamente e numericamente a quelli di qualsiasi altro popolo rappresentavano per lui la sicurezza di una facile vittoria su un popolo debole, impreparato, meno progredito e meno numeroso del suo. Nemesi rise di gusto al pensiero di un'altra miserabile razza schiacciata. Le sue imprese di conquista iniziavano ad aver raggiunto un livello record e presto il terribile leader progettava di dover affiancare una seconda lista alla già lunghissima prima lista delle vittorie da lui ottenute. Il suo miserabile padre avrebbe dovuto consumarsi nell'oltretomba d'orgoglio e d'invidia per ciò che suo figlio era diventato...


Due

Al principio...

L'umanità sembrava crogiolarsi nel suo nuovo regno. Incurante della debolezza che la sua mancata unità le arrecava sembrava godere di quell'isolamento egoistico in cui i vari pianeti si stavano chiudendo. Per cercare di interrompere queste progressive perdite di contatti il Comando di Cavalleria aveva inviato un ambasciatore presso il regno di Jar con il compito di persuadere il suo re a tenere una politica meno chiusa. Convincere qualcuno ostinato e orgoglioso come re Jarred di qualcosa era l'impresa praticamente disperata che era stata assegnata ad un giovane ufficiale giapponese che brillava più per la sua abilità di pilota spaziale e per il suo impegno nei confronti di Nuova Frontiera che per le doti diplomatiche. Anche il giovane ufficiale n'era stato messo a conoscenza tramite un suo contatto con un ufficiale di un altro corpo militare più dedito alla raccolta d'informazioni che alla lotta per il benessere di Nuova Frontiera. L'ufficiale lo aveva anche rimproverato per il suo atteggiamento nei confronti della sua famiglia.
"Voglio che mio figlio cresca nella pace, in un mondo migliore." "E per fare ciò lo vedi una volta l'anno. Dove sarà il tuo mondo migliore se la qualità della vita famigliare in cui vuoi inserirlo è così bassa?" "Non tutti pensano solo a se stessi come fai tu." "Io penso alla mia famiglia. Per me essa è la cosa più importante, molto più di Nuova Frontiera. Mio figlio avrà un padre a differenza del tuo. Io lascerò l'esercito per dare a lui tutto il meglio che potrà avere. E un giorno lui prenderà il mio posto nel mondo e sarà il migliore di tutti." "Il tuo orgoglio ti rovinerà Jesse. Tu hai troppi nemici." "E' il mio lavoro avere nemici. Ma comunque finirà presto. Nuova Frontiera è debole, i pianeti sono separati fra loro, impreparati ad affrontare calamità improvvise. Cerca di fare un buon lavoro con il re. Qualcosa mi dice che se non vi riuscirai il danno sarà più grande di quanto immagini." "Cosa sai esattamente?" "Per ora solo voci. Buona fortuna."
Il giovane pilota aveva riflettuto molto sulle parole del suo amico concentrandosi però, in effetti, più su quelle che suggerivano una possibile minaccia per Nuova Frontiera che sulle critiche sul suo modo di essere padre. Come molti uomini era convinto che avrebbe sempre avuto tempo per recuperare i momenti persi con suo figlio e che un bimbo ora così piccolo non ha veramente bisogno di lui. Per non essere diplomatico l'uomo non fece un cattivo lavoro. Aveva quasi del tutto persuaso il re, complice il suggerimento a possibili minacce esterne. La regina, una donna gentile e una madre affettuosa per il giovane principe, aveva dimostrato un particolare interesse nel mantenimento di un'unità fra i pianeti e aveva contribuito a persuadere il re. Gli accordi sarebbero stati firmati di lì a breve. Di essi se ne sarebbe occupato un giovane ufficiale del comando, un'altra figura che andava affermando sempre più la sua importanza più che come militare per i suoi meriti come scienziato e uomo che lavora per l'unità di Nuova Frontiera. Aquila, questo il suo nome, stava facendo carriera in fretta e presto, secondo l'opinione generale, avrebbe raggiunto il grado di colonnello. L'uomo stava preparando gli ultimi documenti che avrebbe consegnato al re, incurante del fatto che il radar del pianeta Jar aveva iniziato a lanciare un debole suono di allarme mentre piccoli puntini luminosi iniziavano ad apparire sulla sua superficie sempre più numerosi, sempre più veloci, sempre più grandi, sempre più misteriosi e minacciosi.


Tre

Al principio...

Nemesi brindò soddisfatto insieme ai suoi ufficiali. Il suo attacco lampo stava dando i risultati sperati. Sempre più ampie parti del pianeta sparivano sotto i pesanti attacchi delle sue truppe mentre le deboli forze di difesa venivano annientate come insetti fastidiosi dalle sue potenti armate. Dalla finestra della sua nave spaziale Nemesi godeva dello spettacolo delle esplosioni che coprivano il pianeta e lo spazio come avrebbe fatto con uno spettacolo di fuochi artificiali. Meravigliosi. Adorava quelle esplosioni. I suoi ufficiali condividevano la sua gioia gustandosi la momentanea pace che il buon umore di Nemesi per quell'inevitabile vittoria portava. Il loro comandante supremo era stato piuttosto intrattabile nei giorni che avevano preceduto l'attacco. Ora sembrava come un bambino con un giocattolo nuovo. E questa vittoria non sarebbe stata che un antipasto. Dietro a questo pianeta vi era un altro territorio, Nuova Frontiera lo chiamavano gli abitanti locali, che aspettava solo lui per essere distrutto. E dopo tutto chi era lui per deludere le loro aspettative? Il miserabile re di quell'infimo pianeta aveva provato a contattarli. Nemesi aveva gioito dell'occasione di ridere in faccia ad un uomo così orgoglioso nella sua misera esistenza da non capire che più che pretendere spiegazioni o trattare la pace avrebbe dovuto implorare pietà. Presto avrebbe imparato. Peccato che non avrebbe potuto usufruire della lezione nei tempi futuri vista la sua prossima dipartita. Fu combattuto per un attimo fra l'idea di insegnargli le gioie della vita di suo giullare personale e l'idea di praticare del tiro al bersaglio sul suo castello. La seconda idea prevalse. Dopo tutto i suoi giullari non duravano mai oltre le due settimane. E non rendevano mai quanto un buono spettacolo di tiro a segno. Ma la battaglia si stava attenuando. Le deboli forze di quel pianetucolo iniziavano a non avere più energie. Il suo esercito aveva dimostrato la sua superiorità ancora una volta. I deboli stavano per essere completamente distrutti. Dopo tutto solo i forti meritavano di vivere. La sua era un'opera utile a tutto lo spazio. Lo privava delle razze deboli, indegne di vivere. Ma l'attenuarsi della battaglia gli portò un senso di noia. Un'altra vittoria breve e facile. Il suo divertimento era già finito. Non c'era nessuno che potesse rivaleggiare con lui. A suo modo Nemesi rimpiangeva l'assenza di un buon opponente. Forse sarebbe stato più fortunato con gli altri pianeti. Magari loro gli avrebbero dato un po' più di divertimento. Uno dei suoi soldati lo informò che i miseri abitanti di quell'infimo ormai ex-pianeta cercavano di abbandonarlo. Vigliacchi! Non sanno neanche morire con dignità! Con aria oramai decisamente annoiata ordinò ai suoi sottoposti di eliminare ogni singola nave che prova ad allontanarsi. Chiunque se ne fosse lasciata scappare una avrebbe firmato la sua condanna a morte. Assaporò nuovamente il liquore che il suo bicchiere conteneva sentendo improvvisamente che aveva perso di sapore. Deboli, pavide creature! Meritavano di venire distrutti. Completamente inosservato al suo malumore un piccolo incrociatore spaziale staccatosi dal pianeta morente si avvicinava deciso alla sua nave non con l'intenzione di scappare ma con l'intenzione di attaccare, un piccolo insetto che stavolta sembrava avere un pungiglione ed essere intenzionato ad usarlo...


Quattro

Al principio...

Terrore e disperazione regnavano ovunque. Le forze del regno di Jar non erano neanche lontanamente paragonabili a quelle dei loro temibili avversari. Le parole crudeli di Nemesi risuonavano ancora nelle orecchie del re assieme alla sua crudele risata. Attualmente il re era grato di aver solo parlato con quel mostro e non averlo visto. Parlargli era stato sufficientemente orrendo e umiliante. La sua seconda mossa era stata chiedere aiuto al Comando di Cavalleria. Ma quest'azione non era destinata a dare i frutti sperati. Non tutti i membri del Comando, infatti, erano desiderosi di correre in aiuto di un pianeta non ancora alleato e coloro che invece si apprestavano ad accorrere sapevano che non sarebbero mai arrivati in tempo. I loro spostamenti nello spazio erano ancora lenti, le loro forze, pur essendo le migliori, erano comunque inferiori sia per organizzazione sia per numero sia per potenza a quelle di questi nuovi nemici. E questo Aquila, l'ufficiale incaricato di provvedere ai soccorsi, lo sapeva bene. E lo sapeva bene anche l'ufficiale che era stato ambasciatore fra il regno di Jar e il Comando. La situazione diventava disperata. La regina era morta sotto un'ala del palazzo caduta. Il principe era salvo per miracolo. Le perdite sempre più numerose, l'esercito sempre più inconsistente. Presto su quel pianeta non sarebbe rimasto neanche un muro dietro cui nascondersi. Re Jarred dette, a malincuore, l'ordine di abbandonare il pianeta. Ma c'era qualcuno che non poteva farlo. Era un soldato. Sarebbe morto come tale. Ed era responsabile, come rappresentante del Comando della salvezza, se non del pianeta almeno dei suoi abitanti. Gli avrebbe procurato il tempo per scappare. La sua abilità rivaleggiava con quella degli alieni e suppliva ai mezzi inferiori della sua astronave, la sorpresa della sua comparsa distraeva le forze nemiche e le coglieva impreparate. Attrasse anche l'attenzione di quella che sembrava essere l'ammiraglia principale. L'ammiraglia di Nemesi. Attrasse l'attenzione abbastanza da distoglierla completamente dai fuggiaschi. Resse per un discreto quantitativo di tempo sotto quel fuoco incessante. Poi, gli arrivò la comunicazione di re Jarred. Loro erano in salvo. Poteva ritirarsi. In salvo. Contro nemici che in un secondo potevano coprire enormi distanze. In salvo. Contro forze così soverchianti. Non sarebbero mai stati in salvo. E in un istante capì quale sarebbe stata la sua ultima missione per Nuova Frontiera. Per la sua famiglia. E capì anche le parole che il suo amico gli aveva detto. Era pronto a sacrificare la sua famiglia a Nuova Frontiera. Non importava che anche lei avrebbe giovato la sua azione. Suo figlio non avrebbe mai più avuto un padre. Lui non avrebbe mai recuperato il tempo perso. Con la ferma decisione di fare il suo dovere si avvicinò sempre più all'ammiraglia. Sfidando il fuoco serrato e le difese apparentemente impenetrabili riduceva sempre più la distanza che lo separava da essa. Sapeva di non avere armi sufficientemente potenti per danneggiarla. Lo sapeva. Ma sapeva anche cosa poteva fare per ovviare a questo inconveniente. La distanza si ridusse sempre di più, sempre di più fino a che non fu abile di distinguere delle figure dietro quel vetro giallo, fino a che lo scontro non diventò inevitabile, fino a che... un'enorme esplosione fu l'unica cosa che riempì il cielo dello spazio per qualche momento.


Cinque

Al principio...

La notizia che un miserabile incrociatore stava attualmente infastidendo le sue truppe portò un barlume d'interesse nella mente di Nemesi. Un opponente. Interessante. Se ne sarebbe liberato in fretta. Sfortunatamente. Ma avrebbe costituito un piacevole divertimento. Per il momento. Osservò lo zigzagare dell'astronave aliena fra le sue. Le armi erano pietose. Quei miserabili laser non avrebbero fatto grossi danni alla sua flotta. Forse potevano ammaccargli qualche piccola astronave monoposto. Povera pietosa creatura. Forse, rifletté l'uomo, questo meritava di essere lasciato vivo. Sarebbe potuto essere utile al suo esercito. Dopo tutto la sua gente non aveva mai rifiutato di lasciare in vita qualcuno che si fosse dimostrato utile e abile. Già diverse volte creature aliene si erano unite alla sua razza. Ovviamente questa possibilità veniva offerta loro solo se potevano essere di qualche utilità per loro. Quel piccolo pilota poteva esserlo. La sua gente iniziava a dimostrare un calo in abilità e una stupidità che iniziava ad infastidirlo. Lo voleva. Vivo. E se non era intelligente abbastanza da arrendersi alle loro forze superiori sarebbe stata una perdita accettabile. Con occhio esperto osservò i movimenti del piccolo incrociatore. Abile. Molto. Non alla sua altezza ma... abile. Osservarlo gli provocava un vago senso d'emozione. Se non fosse stato lui il Comandante Supremo senza dubbio si sarebbe precipitato a dargli battaglia. Peccato. Lo stupido umano non dava segno di volersi arrendere o di volersi alleare. Un vero peccato perdere così la sua abilità. Ma sono incidenti che capitano. "Eliminatelo." Ordinò con tono distaccato. Ma l'incrociatore non dava segno di volersi lasciare eliminare. Insisteva ad avvicinarsi a loro sfuggendo ai laser, sfuggendo ai missili, causando pochi danni ma diventando definitivamente fastidioso. E pericoloso. Il Comandante supremo ripeté l'ordine che aveva dato poco prima con voce alta e irritata "Siete sordi o solo incapaci? Lo voglio distrutto! Subito!!" Gli occhi fissi sull'incrociatore l'uomo guardò i suoi soldati tentare, tentare e fallire. L'interesse si trasformò in ira che riempì di terrore i suoi subordinati. Tutti iniziarono ad affannarsi attorno a lui nel tentativo di obbedirgli ottenendo solo maggior confusione e meno risultati. E aumentando la sua ira. Possibile che nessuno riuscisse a fermarlo? Possibile che fosse circondato solo da idioti incompetenti? Dov'era l'esercito di cui andava tanto orgoglioso? E nel frattempo l'incrociatore si avvicinava, si avvicinava sempre più, sempre più... e un sospetto attraversò la sua mente. Che questo pilota avesse intenzione di... no, non era possibile. Non poteva essere così! La sua ira crebbe ancora, la paura fra i suoi uomini aumentò maggiormente, la confusione crebbe d'intensità. La battaglia proseguiva ma nessuno nell'ammiraglia vi prestava più attenzione. L'ira del comandante supremo, l'incrociatore che si avvicinava attraverso le loro linee difensive... inconcepibile... ma stava accadendo realmente... e nessuno sapeva come fermarlo... nessuno sapeva cosa fare... e intanto l'obiettivo dell'astronave iniziava a diventare più chiaro... e panico, agitazione e confusione iniziarono ad invadere la mente di tutti... fino a che... l'orrenda esplosione riempì lo spazio... e il meccanismo di difesa che riportava le astronavi al loro pianeta in caso di danni ingenti entrò automaticamente in funzione coinvolgendo tutto ciò che era nelle vicinanze... anche se ormai era probabilmente troppo tardi per salvare qualcosa... mentre nello spazio la battaglia proseguiva... e nuove astronavi aliene si avvicinavano in soccorso delle fuggiasche...


Sei

Al principio...

Le forze del Comando di Cavalleria erano finalmente arrivate. Non che fossero ormai più veramente necessarie. Il rigido sistema militare degli alieni non li rendeva molto autosufficienti quando venivano improvvisamente privati del loro comandante. Iniziavano a comportarsi in modo disordinato e confuso mentre gli ufficiali rimasti iniziavano a dare ordini contrastanti ed ad insultarsi l'un l'altro. Al loro arrivo le truppe del Comando di Cavalleria trovarono sì le forze aliene ancora sorprendentemente potenti e numerose ma nulla confronto a quanto erano state prima, ben ordinate e abilmente comandate da un uomo esperto e deciso. La battaglia, per quanto difficile dava loro delle speranze e, anche se le loro armi inferiori non consentivano di fare grossi danni, concentrando gli attacchi potevano comunque diventare pericolosi. Le astronavi che iniziavano a dimostrare seri danni iniziarono a svanire dagli occhi dell'esercito degli umani così com'erano apparse. Gli uomini guardavano sorpresi agli spazi che dopo un breve bagliore giallo rimanevano misteriosamente vuoti, privi della minacciosa presenza dell'astronave che avevano contenuto fino ad un momento prima. Le sparizioni iniziarono ad essere più frequenti. L'esercito nemico iniziò per quanto minimamente a decrescere in numero. E in potenza d'attacco. Aquila capì che la situazione stava volgendo a loro favore e nonostante le ingenti perdite intensificò gli attacchi. Gli alieni sembravano essere sempre più confusi. Sempre più incapaci di gestire gli attacchi. Una fortuna perché il Comando di Cavalleria non avrebbe potuto reggere a lungo questo ritmo. Ma oramai fra gli alieni non sembrava più esserci nessuno in grado di notarlo. Altre astronavi iniziarono a svanire. E non erano solo astronavi troppo danneggiate per combattere. Aquila ordinò di continuare l'attacco. Ancora. Ancora. Altre astronavi sparirono. Loro non potevano saperlo ma ormai più della metà delle forze aliene si era ritirata. La battaglia continuava ma ora volgeva chiaramente a favore degli umani. Nuove speranze si affacciavano nei loro pensieri. Altre astronavi sparirono. E Aquila decise di tentare e chiedere una resa. La voce che gli rispose tramite il microfono parlava la sua stessa lingua. E non aveva un suono piacevole anche se forse era solo a causa dei vari disturbi di trasmissione. Non sembrava una voce pronta alla resa. E non prometteva nulla di buono. La voce rifiutò la resa. Lanciò minacce. E insulti. Ma riconobbe loro una vittoria. Questa vittoria. Temporanea. E poi si interruppe. Le astronavi, una dopo l'altra iniziarono a sparire come una marea che si ritira. Gli uomini del Comando di Cavalleria le osservarono svanire una dopo l'altra. Sorpresi. Sollevati. Increduli. Senza sapere cosa era successo. Senza sapere chi dovevano ringraziare. Anche altre persone li guardarono sparire. Re Jarred e la sua gente. Che ora avrebbero dovuto ricostruire le loro case. Seppellire i loro morti. Ricostruire i loro eserciti. Ricostruire la loro vita. E continuare con essa. Se gli era possibile. Se gli era possibile. Anche Aquila aveva osservato la scena. Con le parole che l'alieno gli aveva detto che gli risuonavano ancora nella testa. Non era finita. E loro dovevano prepararsi ad una nuova grande battaglia per la loro sopravvivenza...


Note dell'autrice:
Questo libro è basato sugli eventi narrati negli episodi "22-Le ultime parole famose" e "24-Il Monarca Supremo". Ciò che gli episodi non dicevano l'ho aggiunto io ma comunque la trama è abbastanza fedele agli eventi riportati negli episodi.


A Interludio 1-2

© 2000-2003 J.J.. E non dimenticate di scriverle cosa ne pensate!